L’alterazione dei ritmi di evacuazione è un disturbo diffuso che impatta sulla qualità della vita. Ne parliamo con Manuele Furnari, specialista in gastroenterologia, che abbiamo incontrato in Montallegro, struttura che ha scelto per l’attività in libera professione.

«La stipsi – o costipazione – si definisce in ambito clinico non solo per una frequenza inferiore a tre evacuazioni alla settimana, ma per la necessaria presenza di fattori associati. Tra questi figurano la difficoltà di spinta, la percezione di uno svuotamento incompleto o un senso di occlusione, accompagnati da feci di consistenza aumentata».

Per inquadrare il problema, occorre in primo luogo escludere la presenza di un ostacolo fisico.
«Nella maggior parte dei casi ci troviamo di fronte a una costipazione funzionale, priva di patologie ostruttive a carico dell’intestino. Le cause si dividono in tre grandi gruppi. Il primo è l’alterata motilità, il cosiddetto “intestino pigro”, che rappresenta una quota minoritaria. Il secondo gruppo riguarda i disturbi legati alla spinta e all’evacuazione, tipici di pazienti con problemi neurologici o pregressi interventi chirurgici che hanno compromesso la meccanica del pavimento pelvico. Infine, troviamo la categoria più ampia, la costipazione funzionale pura, caratterizzata da un rallentato svuotamento sia per frequenza sia per qualità percepita».

Il percorso diagnostico segue un protocollo preciso, modulato in base all’età e all’esordio dei sintomi.
«Nelle prime fasi la diagnosi è clinica. Esiste però un campanello d’allarme da non sottovalutare: se un paziente con più di 50 anni, con un alvo in precedenza regolare, sviluppa una stipsi improvvisa, occorre escludere patologie di natura ostruttiva. In questo scenario si ricorre a esami strumentali. Sebbene la diagnostica radiologica offra soluzioni come il clisma opaco, la TAC o la risonanza magnetica, l’esame di elezione per valutare la pervietà del colon resta la colonscopia».