Epatiti da farmaci: riconoscere i segnali d’allarme
Antibiotici e antinfiammatori: le alterazioni degli enzimi epatici da non sottovalutare
gastroenterologia
L’infiammazione del fegato viene di regola associata ai virus, ma il danno epatico può essere innescato anche da alcuni farmaci o integratori. Ne parliamo con Edoardo Giovanni Giannini, professore di Gastroenterologia presso l’Università di Genova e Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Clinica Gastroenterologica dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova, che ha scelto Montallegro per la sua attività di libera professione.
«Quando si parla di epatiti, il primo pensiero corre ai virus, ma in alcuni casi il danno epatico può essere causato anche da farmaci, integratori alimentari e prodotti di erboristeria o da banco. Se nel corso di una terapia, cronica o di breve periodo, si riscontra un’alterazione degli enzimi epatici – nello specifico transaminasi, gamma-GT o fosfatasi alcalina – è indispensabile riferirlo al proprio medico o allo specialista».
Monitorare i valori del sangue è il primo scudo protettivo per la salute del paziente.
«Pur trattandosi di evenienze rare, che capitano con maggiore frequenza durante le terapie a base di antibiotici, antinfiammatori non steroidei o farmaci ipolipemizzanti, questa alterazione clinica rappresenta un campanello d’allarme da prendere in seria considerazione. Se compaiono sintomi quali urine scure, cute giallastra o una stanchezza non attesa, è necessario rivolgersi al medico con urgenza. Sono casi poco frequenti, ma non vanno trascurati, poiché ritardare l’intervento può portare a un danno epatico prolungato, con tutte le conseguenze del caso».
Di fronte a queste reazioni avverse, la gestione della cura richiede grande equilibrio.
«Tutto questo non significa dover colpevolizzare i farmaci, ma ribadisce l’importanza di assumerli in modo consapevole. Il paziente deve essere informato, tramite il medico o leggendo il foglietto illustrativo, sui potenziali rischi epatici associati a determinate molecole. La regola d’oro è non sospendere mai le terapie di propria iniziativa: i farmaci possono essere decisivi per altre patologie concomitanti. Ogni variazione richiede un consulto clinico con il medico di medicina generale o con lo specialista in gastroenterologia».