Epatiti “minori”: cause e fattori di rischio
I maggiori rischi per categorie specifiche, come le donne in gravidanza e gli immunodepressi
gastroenterologia
Le patologie a carico del fegato non derivano solo dai classici ceppi virali dell’epatite. Esistono forme definite “minori”, innescate da patogeni che colpiscono l’organo in via accessoria. Per inquadrare questa condizione clinica, ci affidiamo a Giovanni Cassola, specialista in malattie infettive e in malattie dell’apparato digerente, già direttore della struttura complessa di Malattie infettive dell’E.O. Ospedali Galliera. Lo abbiamo incontrato in Montallegro, sede che ha scelto per la sua attività in libera professione.
«Le epatiti “minori” sono forme cliniche causate da virus che non hanno il fegato come bersaglio primario. Esempi tipici sono il citomegalovirus e il virus di Epstein-Barr, noto per causare la mononucleosi infettiva. Anche patogeni classici come quelli di morbillo, varicella e altre malattie esantematiche sono in grado di innescare epatiti accessorie, provocando un rialzo significativo delle transaminasi. Per convenzione medica, si parla di epatite – e non di semplice epatopatia – quando il valore delle transaminasi supera di cinque volte la norma, fissata a quota 40».
Oltre alla popolazione generale, queste infezioni richiedono un’attenzione maggiore in specifici quadri clinici, a partire dalla gravidanza.
«Il citomegalovirus e il toxoplasma assumono una particolare valenza critica nelle donne in attesa. Se vengono contratti per la prima volta da una madre non immune, possono causare danni gravissimi al feto, fino alla morte in utero. È perciò cruciale eseguire uno screening preconcezionale per accertare un’eventuale immunità pregressa. Conoscere questo dato cambia in modo radicale l’approccio alla prevenzione: per il toxoplasma, per esempio, occorre evitare alimenti crudi, carni non ben cotte e insalate, seguendo un protocollo di controlli serrato per poter intervenire in modo tempestivo con apposite terapie in caso di infezione».
Un altro scenario ad alto rischio riguarda i pazienti immunodepressi.
«Al giorno d’oggi, le immunodepressioni non sono solo di origine genetica, ma derivano in larga parte da cure mediche sempre più diffuse. Pensiamo alle terapie oncologiche o all’uso di farmaci biologici e immunosoppressori in ambito reumatologico e gastroenterologico, capaci di abbassare le difese dell’organismo. In questi soggetti, malattie di norma poco invasive possono diventare letali. Per questo motivo, il controllo clinico da parte degli specialisti che prescrivono tali terapie deve essere molto rigoroso».