La diagnosi precoce è lo scudo più forte contro le patologie del tratto gastrointestinale inferiore. Tra gli esami di primo livello, la colonscopia svolge un duplice ruolo: diagnostico e operativo. Ad approfondire i benefici e le indicazioni di questa metodica è Manuele Furnari, specialista in gastroenterologia, che abbiamo incontrato in Montallegro, struttura che ha scelto per la sua attività (di consulenza, visita ed endoscopia, in libera professione).

«La colonscopia è un esame per definizione invasivo, che permette lo studio del colon (fino all’ultima porzione dell’intestino tenue) utilizzando uno strumento che prende il nome di colonscopio. Si tratta di una procedura irrinunciabile in diversi scenari clinici, capace di unire l’osservazione all’intervento diretto».

L’utilità di questa metodica si articola su più fronti.
«In primo luogo, permette di individuare danni e infiammazioni a carico della parete dell’intestino. In ambito preventivo risulta decisiva per rintracciare e rimuovere i polipi, lesioni non ancora neoplastiche che rappresentano a tutti gli effetti i precursori del tumore del colon-retto. Inoltre, si rivela preziosa per indagare i disturbi dell’alvo, offrendo risposte a chi soffre di alterazioni croniche, come una diarrea protratta o lo sviluppo improvviso di stipsi».

Nonostante l’alta valenza clinica (diagnostica e terapeutica), l’esame genera ancora molta apprensione.
«Spesso il paziente ha timore della procedura e chiede chiarimenti sui pericoli a essa legati. I rischi sono molto bassi, in particolare se la colonscopia è condotta da mani esperte e se effettuata su una persona che ne ha una reale indicazione clinica» rassicura Furnari.

Le due complicanze principali – per quanto rare – sono la perforazione dell’intestino e il sanguinamento.
«Entrambe le evenienze registrano un’incidenza appena maggiore solo quando si passa dall’indagine visiva all’endoscopia operativa, come avviene, per esempio, durante la resezione dei polipi», conclude lo specialista.