Nell’ambito dello studio clinico avviato in Montallegro sulla biomeccanica della spalla nei pallanuotisti, le esperienze dirette dei giocatori confermano il valore della ricerca scientifica e della prevenzione. L’evoluzione tecnologica ha infatti cambiato in modo radicale l’approccio allo sport professionistico, come ribadisce anche Marco Del Lungo, portiere della Rari Nantes Savona e del Settebello italiano.

Marco Del Lungo

«Poter contare su una diagnostica all’avanguardia è cruciale per un atleta. Nel corso della mia carriera ho visto la tecnologia medica compiere progressi enormi. Strumenti di questo livello garantiscono tempi di guarigione rapidi e ottimali, consentendo al giocatore di tornare in vasca in fretta e in condizioni fisiche adeguate».

Sulla necessità di anticipare il danno, Del Lungo chiarisce la sua visione.
«Oggi la prevenzione si applica nel 90% dei casi e rappresenta la base del nostro lavoro, poiché evita la quasi totalità degli infortuni di natura non traumatica. In passato mancava questa cultura. Un’attenzione preventiva globale, che includa le corrette abitudini alimentari, assicura una longevità sportiva e un benessere generale di gran lunga superiori».

Gestire l’usura articolare e l’impatto psicologico

Il peso degli infortuni influisce in profondità sulla routine del pallanuotista. Niccolò Rocchi, centroboa della Rari Nantes Savona, racconta la propria esperienza clinica legata a una lesione del cercine alla spalla sinistra, articolazione sottoposta a forte stress a causa del continuo appoggio in acqua:
«Un simile problema impone un’attenzione costante, poiché la dedizione di un professionista emerge in particolar modo fuori dalla piscina. Ho dovuto interrompere l’attività per sottopormi agli accertamenti clinici necessari, individuare il percorso terapeutico ideale e concentrarmi sulla prevenzione per stabilizzare il distretto articolare».

Niccolò Rocchi

L’impatto di un deficit fisico si estende oltre la biomeccanica e tocca la sfera mentale del giocatore. Aggiunge Rocchi:
«Le ricadute sono notevoli. Ancor prima di avere una diagnosi precisa, provavo dolori intensi al termine degli allenamenti e non riuscivo a rendere al massimo. A livello emotivo è dura saltare le partite ed essere lontani dalla squadra. Tuttavia, occorre imparare a riconoscere i segnali del corpo e fermarsi in tempo, evitando di aggravare la situazione clinica con rischi maggiori per il futuro».