Cinque leggende in Montallegro per lo studio sulla spalla del pallanuotista
Giornata di test per Pizzo, Ferretti, Angelini, Piccardo e Tenderini, che per primi si sono sottoposti al protocollo clinico sulle patologie articolari
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Cinquant’anni fa, un infortunio alla spalla si curava stringendo i denti e nascondendo il dolore agli avversari per non mostrare debolezze in vasca. Oggi, sistemi innovativi di diagnosi dinamica e risonanza magnetica ad alto campo permettono di mappare ogni singolo millimetro dell’articolazione, con lo scopo di prevenire i danni prima ancora che si manifestino.
Per misurare l’evoluzione tecnologica e medica che separa queste due epoche, lo scorso 17 giugno cinque icone della pallanuoto italiana sono entrate in Montallegro. Eraldo Pizzo (nella foto in apertura), Massimiliano Ferretti, Alberto Angelini, Federico Piccardo e Carlo Tenderini si sono sottoposti allo stesso protocollo clinico, basato sul sistema Neuralign e sulla risonanza magnetica, oggi sperimentato per monitorare le spalle dei giocatori in attività di tre squadre professionistiche liguri (Pro Recco, Iren Quinto e Rari Nantes Savona).
Analizzare le articolazioni di chi ha fatto la storia di questo sport, sottoponendo il proprio fisico a carichi di lavoro estremi senza la rete di sicurezza della medicina moderna, fornisce al progetto di ricerca dati dal valore inestimabile. Un confronto tra generazioni che traccia l’evoluzione della medicina sportiva, dall’accettazione passiva del trauma fino ai protocolli di prevenzione su misura.
Di seguito, le riflessioni dei cinque campioni raccolte a margine degli esami clinici.
Eraldo Pizzo e l’assenza di prevenzione
Il “caimano” Eraldo Pizzo – autentica leggenda della pallanuoto italiana – ricorda un’epoca in cui la gestione del trauma era affidata alla resistenza del singolo. «Nel 1966 ho sentito un movimento anomalo alla spalla durante i tiri in porta. Ho giocato un anno intero, compresi gli Europei a Utrecht, cercando di nascondere il problema per non far capire agli avversari che non potevo tirare come ero abituato. Poi, un giorno, il dolore è sparito da solo. All’epoca né la società né la federazione pensavano a visite o a percorsi di recupero».
Alberto Angelini e la normalizzazione del dolore
Il concetto di convivenza con le infiammazioni era radicato fin dalle giovanili. Lo racconta Alberto Angelini, tra i pochissimi ad aver vinto il campionato italiano con tre club differenti (Pro Recco, Rari Nantes Savona e Ina Assitalia Roma). «Ai nostri tempi l’infiammazione cronica era la normalità assoluta. Si lavorava col dolore già in giovane età e gli allenatori consigliavano di allenarsi di più, non di fermarsi. Quando subentrava un infortunio grave – come le sublussazioni che ho patito a entrambe le spalle – la soglia del dolore era già altissima. Si metabolizzava il fastidio come parte integrante della guarigione, affidandosi a percorsi conservativi che richiedevano una pazienza certosina e applicazioni di fisioterapia ogni giorno. Questo mi è servito per prolungare la carriera fino a 38 anni».