Calcolosi della colecisti: quando è possibile la terapia medica
Dimensioni, unicità e composizione: i parametri rigorosi per evitare l'intervento
gastroenterologia
La presenza di formazioni litiasiche (= i calcoli) all’interno della cistifellea non impone sempre e in automatico il ricorso alla chirurgia: in scenari clinici specifici è possibile optare per un trattamento di tipo conservativo. Ne parliamo con Paolo Massa, specialista in gastroenterologia, che abbiamo incontrato in Montallegro, struttura che ospita la sua attività professionale.
«La calcolosi della colecisti è una condizione clinica molto frequente, diffusa in misura maggiore nella popolazione femminile. Oltre la metà dei pazienti ospita calcoli in assenza di sintomi o disturbi soggettivi. Poiché la cistifellea è un organo progettato per non contenere formazioni litiasiche, in casi selezionati è possibile ricorrere a una terapia medica di dissoluzione basata sull’utilizzo dell’acido ursodesossicolico».
Per percorrere questa strada occorre rispettare parametri clinici rigorosi.
«Si deve trattare di un calcolo singolo, di dimensioni inferiori al centimetro e di natura colesterinica (= formato da colesterolo). Per accertare quest’ultima caratteristica, oltre all’ecografia, che permette la diagnosi primaria, è necessario eseguire una radiografia dell’addome. Questo passaggio serve a escludere la presenza di calcificazioni: in questa evenienza, l’approccio farmacologico risulterebbe del tutto inefficace. Avviata la cura, si impone un controllo a distanza di tre mesi per verificare se il processo di dissoluzione è in corso o se la formazione è già scomparsa. A fronte di una buona ma incompleta risposta clinica, la terapia può essere estesa per un ulteriore trimestre».