Tumore al seno: il ruolo della terapia ormonale
Come il blocco degli estrogeni riduce i rischi per le pazienti operate
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Affrontare un tumore della mammella significa intraprendere un percorso clinico che non si esaurisce in sala operatoria. Le terapie successive alla chirurgia giocano un ruolo cruciale per tutelare la salute della donna a lungo termine. Nel mese dedicato alla prevenzione del carcinoma mammario, approfondiamo l’argomento con Lucia Del Mastro, Direttore della Clinica di Oncologia medica dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino di Genova, che ha scelto Montallegro per la sua attività in libera professione.
«La terapia ormonale, o per meglio dire antiormonale, possiede un ruolo di grande rilevanza nel tumore della mammella, poiché riguarda oltre il 70% delle donne operate per una neoplasia mammaria» spiega la specialista. «È un trattamento che applichiamo a un sottotipo specifico di patologia, ossia ai tumori caratterizzati dall’espressione dei recettori per gli ormoni: neoplasie che insorgono e si sviluppano anche grazie all’azione degli estrogeni prodotti in via naturale dalla paziente».
L’obiettivo medico è intervenire in via preventiva sulle eventuali cellule residue.
«Il significato clinico della cura post-chirurgica è inibire l’azione oppure la produzione di questi ormoni, al fine di abbattere il rischio di sviluppare metastasi nel tempo. Alcune cellule tumorali possono infatti entrare nel circolo sanguigno prima dell’operazione e, in assenza di un intervento mirato, rischiano di originare complicanze a distanza. Il blocco di queste cellule neutralizza di fatto le future recidive».
Sui tempi e sulle modalità di somministrazione, la personalizzazione dell’approccio resta un fattore primario.
«Il percorso clinico si protrae a lungo, di norma per un periodo di almeno cinque anni, ma la strategia terapeutica cambia in base al profilo anagrafico della paziente. Le giovani donne in fase premenopausa seguono un protocollo diverso rispetto a quello previsto per chi ha già superato questo traguardo fisiologico. Si tratta in ogni caso di terapie ben tollerate che impongono tuttavia la dovuta attenzione clinica per una corretta gestione dei possibili effetti collaterali» conclude la specialista.