Da qualche settimana in Montallegro capita di incrociare lo sguardo limpido e mite di Padre Luigi Cerea, un aiuto spirituale per i degenti, i loro famigliari e i professionisti che lavorano nella struttura. Bergamasco di origini, da un paio di anni è arrivato a Genova, dove opera nella Parrocchia dei Santi Nazario e Celso e San Francesco d’Albaro.

– Padre Cerea, ci racconti il suo percorso.
«Sono un francescano conventuale, entrato in seminario nel 1958 e ordinato sacerdote nel 1974. Ancor prima di diventarlo, ho frequentato principalmente le situazioni più svantaggiate. Perché il povero è chiunque, fisicamente, materialmente, moralmente. Anche io sono povero, tutti noi lo siamo a volte, moralmente, e abbiamo bisogno della misericordia di Dio. Nella mia esperienza, ho frequentato un istituto di ragazzi a Padova, si chiamava Villaggio Sant’Antonio, dove ho incontrato tanti ragazzi abbandonati. Poi sono andato a Como, dove, oltre che viceparroco, sono diventato cappellano della prigione, maschile e femminile. È stata un’esperienza molto significativa, perché il carcere racchiude tante problematiche, è un luogo dove il bisogno di aiuto è maggiore. Visitare i carcerati è una grande opera di misericordia corporale, proprio come visitare gli ammalati».

– Il contesto ospedaliero le è familiare, fin da bambino.
«Sì, mio padre è stato infermiere all’ospedale di Bergamo per 38 anni. In ogni posto in cui sono stato, mi hanno dato l’incarico di portare la comunione ai malati e l’unzione degli infermi. Come succede oggi a Montallegro, dove un giorno alla settimana faccio visita ai degenti per le benedizioni e la comunione e dove al venerdì celebro la Santa Messa, per i ricoverati e per chi lavora in struttura. Per me, è un dono: raramente ho trovato, anche da parte dei medici, un tale desiderio di partecipazione».

– Cerea, in piemontese, è una forma di saluto. Sembra rispecchiare anche il suo approccio.
«Non ho difficoltà nel mettermi in contatto con le persone. Ogni volta che cambio luogo, penso alle nuove persone che incontrerò, e mi trovo subito a mio agio. Non so se sia un dono, ma è parte del mio carattere. Cerea, ciao, come stai? E così inizia l’incontro».

– Portare sostegno morale nei luoghi di sofferenza è un compito importante. A volte non è spiritualmente faticoso stare accanto a chi soffre?
«Se la prendi come gioia, sapendo che tu potresti essere al suo posto, ti accorgi che l’aiuto è una cosa molto bella. E molto spesso ne esco io confortato e accresciuto da certi incontri. Vorrei fare l’esempio di un uomo di 53 anni, un ex maestro di sci, che ho incontrato all’Hospice del San Martino. Nonostante le sue incertezze e la sua situazione, mi ripeteva sempre: “Non aver paura a credere”. Per me è stata un’esperienza significativa».

– È a Genova da due anni. Che impressione ha della città e come è stato accolto?
«Come ho già detto, quando si lasciano le persone, se ne incontrano altre, ognuna con le sue peculiarità. Non esistono bergamaschi, padovani o genovesi, esistono solo persone. La città mi piace, e nei genovesi trovo sorrisi, disponibilità e carità. Si dice che siate taccagni, in realtà ho incontrato persone veramente generose».

– Un’ultima domanda. Natale è alle porte. Come possiamo viverlo?
«Gesù Cristo si è fatto uomo per comprendere l’umanità in tutte le sue sfaccettature e situazioni, positive e negative. Dobbiamo guardare alla capanna, dove è deposto Gesù Bambino, che ci guarda con occhi spalancati, sorride e ci dona pace. La risposta? Inginocchiamoci, adoriamolo e ringraziamolo. Questo è il mio augurio per tutti, in particolare per i malati sofferenti».

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