Ottobre è il mese dedicato alla prevenzione del tumore al seno, ancor oggi la neoplasia più comune nelle donne. Nel 2025 in Italia si sono registrati poco meno di 56mila nuovi casi, ma le aspettative di vita a 5 anni dalla diagnosi sono in costante aumento, raggiungendo l’86%. Con questo articolo iniziamo una serie di approfondimenti sul tema.

Il trattamento chirurgico del carcinoma della mammella ha vissuto una profonda trasformazione nel corso degli anni, riducendo le asportazioni estese a favore di un approccio mirato. Un ruolo decisivo è affidato alla tecnica del linfonodo sentinella, un successo clinico che ha migliorato la vita di migliaia di donne. Ne parliamo con Giuseppe Canavese, specialista in chirurgia senologica, che abbiamo incontrato in Montallegro, struttura scelta per la sua attività in libera professione.

«Il primo a studiare il linfonodo sentinella è stato il chirurgo oncologo statunitense Donald L. Morton. A lui il merito di comprendere che questo linfonodo è il primo a ricevere il drenaggio linfatico da un tumore primitivo e il primo in cui eventuali cellule tumorali possono formare una metastasi. In Italia la ricerca è stata portata avanti dal professore Umberto Veronesi, tra i primi ad abbracciare e sviluppare una chirurgia conservativa e trattamenti sempre meno invasivi per il tumore al seno. Anche a Genova, all’IST – ex istituto scientifico tumori, oggi integrato all’interno dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino – siamo stati pionieri».

In passato, la prassi per le pazienti con un tumore alla mammella era la dissezione completa dell’ascella, ossia lo svuotamento del cavo ascellare, un intervento chirurgico che prevede la rimozione di tutti i linfonodi dell’ascella.
«Oggi gli interventi sono sempre meno invasivi. Grazie al lavoro condotto dal professore Oreste Gentilini al San Raffaele, si è scoperto che non è necessario eseguire l’asportazione del linfonodo nei tumori piccoli e con scarsa aggressività. Anche le indagini portate avanti all’Humanitas dal professore Corrado Tinterri hanno indicato prospettive simili. I risultati mostrano come si possa ridurre l’intervento ascellare persino in presenza di micrometastasi, oppure evitarlo del tutto se il linfonodo risulta negativo a seguito della chemioterapia adiuvante».