«Gestire interventi complessi richiede basi solide, costruite fin dai primi passi nella professione». Giacomo Leoncini, oggi vicedirettore dell’unità operativa di Chirurgia toracica dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino ed esperto di chirurgia robotica, è balzato agli onori delle cronache per un delicato intervento multidisciplinare che ha permesso di rimuovere un neurofibroma toraco-midollare di grandi dimensioni, eseguito con i colleghi Ilaria Melloni e Marco Ceraudo della clinica neurochirurgica e neurotraumatologica.

Agli inizi degli anni 2000, appena avviato il percorso professionale, Leoncini ha prestato servizio in Montallegro come medico di guardia. Un periodo in cui ha forgiato l’attenzione al paziente e la capacità di lavorare in gruppo, doti rivelatesi decisive ad affrontare sfide cliniche come quella della giovane donna operata poche settimane fa.

L’operazione ha richiesto una sinergia totale tra neurochirurghi, anestesisti, radiologi interventisti e chirurghi toracici, a causa di una massa voluminosa in una zona critica. «Le dimensioni particolarmente impegnative e la sede della neoplasia hanno rappresentato elementi complessi. Il tumore interessava l’apice del torace e, attraverso il forame di coniugazione, entrava nel canale spinale comprimendo il midollo, con alto rischio di gravi complicazioni» spiega Leoncini.

La chiave del successo dell’intervento è stata legata, come necessario in chirurgia, alla pianificazione e alla programmazione.
«L’intervento è stato programmato in due fasi distinte. Durante il primo tempo chirurgico, i neurochirurghi hanno operato in prossimità del midollo spinale, lavorando sotto monitoraggio neurofisiologico continuo per controllare in tempo reale la funzionalità dei nervi. In questa fase è stata rimossa la parte del tumore che invadeva il canale vertebrale ed erodeva le prime vertebre toraciche. Al contempo è stato necessario stabilizzare la colonna vertebrale per garantire la sicurezza e la stabilità della paziente. Al termine della prima fase la paziente è stata trasferita in rianimazione, dove è rimasta sedata fino al giorno successivo. Nella seconda fase dell’intervento sono entrati in azione i chirurghi toracici, che hanno asportato la porzione del tumore estesa all’interno della cassa toracica, dove aveva, nel tempo, spostato il polmone».

La rimozione del tumore è stata eseguita con tecnica mini-invasiva, che ha consentito di limitare l’aggressività chirurgica pur mantenendo la massima efficacia. «I benefici di questo approccio sono stati notevoli. Già il secondo giorno, la paziente è stata messa in piedi e ha potuto passeggiare in corsia con l’ausilio del deambulatore».

Gli anni di guardia in Montallegro

L’attitudine a gestire situazioni delicate con professionalità affonda le radici nel passato lavorativo del chirurgo. Correva l’anno 2000 quando Leoncini, originario della Toscana e arrivato a Genova da poco tempo, ha iniziato a coprire i turni di guardia in Montallegro. «Ho fatto il medico di guardia in struttura per un anno e mezzo. Un periodo che mi ha permesso di conoscere molti colleghi, da cui ho imparato nozioni preziose. Da quelli più anziani, in particolare, ho appreso tanto dal punto di vista della deontologia, del comportamento e dei rapporti fra medici e pazienti».

Il ruolo di guardia richiede dedizione totale e un occhio sempre vigile sulle dinamiche del reparto. Chiamato a definire gli elementi essenziali per ricoprire al meglio questo incarico, Leoncini delinea un profilo ben preciso: «Per prima cosa, servono diligenza e tanta attenzione. La competenza è ovvia, ma in un contesto come quello di Montallegro bisogna anche avere un’empatia particolare con il paziente».

In quei mesi non sono mancati i momenti in grado di unire il rigore della professione alla dimensione umana, impressi nella memoria del chirurgo. «Mi ricordo il turno di Capodanno. Non essendo uno che ama i festeggiamenti, me ne ero fatto carico con piacere. Ho festeggiato la mezzanotte con un flacone di sangue in mano, perché dovevo fare delle trasfusioni, perciò al posto della bottiglia avevo il flacone di emazie concentrate. Lo ricordo come un bel momento, condiviso con gli infermieri» conclude il chirurgo.