L’identificazione e il trattamento delle lesioni cutanee sospette richiedono un approccio clinico rigoroso e tempestivo. Per esplorare i percorsi chirurgici legati al melanoma, interviene Pietro Berrino, chirurgo plastico e Presidente della SICPRE, la Società italiana di chirurgia plastica ricostruttiva-rigenerativa ed estetica, che abbiamo incontrato in Montallegro.

«Di solito, all’attenzione del chirurgo plastico arrivano lesioni a rischio, già identificate dallo specialista in dermatologia. Altre volte è il paziente a chiedere di sua iniziativa se una neoformazione meriti di essere tolta o meno. Davanti a una lesione con caratteristiche di rischio, il gold standard prevede l’asportazione del tessuto con pochi millimetri di margine sano intorno, così da garantire il minimo danno cicatriziale possibile, per poi inviare il tutto all’esame istologico. La risposta può indicare un neo innocuo, a rischio o una lesione maligna, il più delle volte riscontrata in fase iniziale».

A seconda dell’esito, le strade mediche si dividono.
«Di fronte a un neo a rischio, il percorso non è più chirurgico ma dermatologico. Tutti gli altri nei vanno tenuti sotto controllo ed esaminati in dermatoscopia, poiché quelle alterazioni possono essere presenti anche altrove. In presenza di una lesione maligna accertata, ci troviamo davanti a quadri diversi. Di norma si tratta di tumori assai superficiali, con rischi minimi per la salute: in questi casi si esegue un allargamento dell’asportazione e il percorso si conclude con questo intervento».

Il quadro clinico cambia se il tumore risulta infiltrato in profondità.
«Quando l’esame istologico rivela che il melanoma era già più profondo oppure ulcerato, non basta allargare i margini, ma occorre asportare il linfonodo sentinella che drena l’area per effettuare la cosiddetta stadiazione, che definisce l’estensione e il processo di avanzamento di un tumore, e di conseguenza le terapie più idonee».

L’approccio richiede massimo rigore anche nelle fasi ricostruttive.
«Una difficoltà di frequente riscontro emerge quando la lesione principale risulta estesa e non permette una chiusura diretta. In questo caso non possiamo usare lembi, ossia spostare la pelle, perché comporterebbe una minore affidabilità dell’indagine sul linfonodo sentinella. Per questo motivo, a volte l’asportazione non viene riparata in attesa del referto istologico» conclude lo specialista.