Gastroscopia: quando e perché farla
Come l'endoscopia permette di valutare i danni da reflusso gastroesofageo e prelevare tessuti per l'analisi istologica
gastroenterologia
L’indagine diagnostica del tratto digerente superiore è fondamentale per valutare eventuali patologie a carico di esofago, stomaco e duodeno. Ne parliamo con Manuele Furnari, specialista in gastroenterologia, che abbiamo incontrato in Montallegro, struttura scelta per la sua attività in libera professione.
«La gastroscopia è una tecnica endoscopica che prevede l’introduzione di uno strumento di piccole dimensioni, del diametro di circa un centimetro, dotato di telecamera. Il dispositivo scende attraverso il cavo orale nell’esofago, studia lo stomaco e visualizza anche il duodeno. La caratteristica principale di questo esame è la possibilità di valutare lo stato dei tessuti e, all’occorrenza, prelevare campioni per le analisi di laboratorio. Lo studio istologico è cruciale poiché alcune lesioni non sono visibili a occhio nudo: grazie alle biopsie possiamo individuare la presenza dell’Helicobacter pylori, diagnosticare una gastrite su base autoimmune o riscontrare altre anomalie».
Tra i disturbi più comuni che richiedono un approfondimento endoscopico spicca la malattia da reflusso gastroesofageo.
«Per chi soffre di reflusso, la gastroscopia serve in primo luogo per capire se la risalita acida stia creando un danno all’esofago. Questo danno si traduce in esofagite erosiva; nelle sue forme fibrotiche, la guarigione può generare anelli che restringono il lume esofageo. Un’altra alterazione da monitorare è l’esofago di Barrett, una modificazione del tessuto che rappresenta una lesione preneoplastica benigna da tenere sotto stretto controllo. Lo scenario più temuto – che l’esame mira a prevenire – è lo sviluppo di un tumore esofageo».
L’esame non è tuttavia indicato per tutti i pazienti affetti da bruciore di stomaco, ma risponde a criteri selettivi.
«La gastroscopia comporta un certo grado di invasività. Poiché nella gran parte dei casi il reflusso non causa danni strutturali, limitiamo la procedura a situazioni specifiche: malattia presente da molto tempo, età avanzata del paziente o mancata risposta alle terapie tradizionali, come l’uso degli inibitori di pompa protonica. L’indagine diventa necessaria se i disturbi tendono a ripresentarsi in forma cronica o se compaiono segnali di allarme, come calo di peso, anemia, sanguinamento e disfagia, ovvero la sensazione di blocco del cibo durante la deglutizione».