Appena si entra, la prima fotografia, con Man Ray in una fotografia dove ha mezzo viso coperto dalla barba e mezzo no, sembra Conchita Wurst. Ve lo ricordate il cantante austriaco che vinse l’Eurovision Song Contest nel 2014? Peraltro in un’edizione tristissima per l’Italia con Emma che – nonostante una serie di performance particolarmente provocanti e una canzone molto rock come “La mia città” – arrivò ventunesima, peggiore risultato di sempre della musica italiana all’Eurovision. Insomma, invece Conchita vinse, proprio perché percepita come nuova e innovativa, capace di sorprendere. Anche coloro a cui non piaceva.

Ecco, Man Ray è quella roba lì e la mostra a Palazzo Ducale protagonista mercoledì scorso del nuovo appuntamento con “I mercoledì (e non solo) della cultura”, nella settimana più ricca degli appuntamenti di Villa Montallegro – con una tripletta in pochi giorni fra Fondamenta 2 a Palazzo Rosso, le bellezze dei Paesi dell’Oltregiogo e per l’appunto Man Ray – è un viaggio nell’innovazione e nella capacità di sorprendere. Anche coloro a cui non piace.

Dichiariamo subito anche i “conflitti di interesse”: se non ricordo male è il primo appuntamento dei “Mercoledì della cultura” a Palazzo Ducale dopo che Francesco Berti Riboli, che di tutto questo è cuore e anima, in ogni senso, è diventato vicepresidente dello stesso Palazzo Ducale, in tandem con Beppe Costa. Ecco, io dico tranquillamente che di questi conflitti di interesse ne vorrei a decine, perché l’unico mio interesse al conflitto è quello contro il brutto, contro l’assuefazione alla mediocrità, contro la mancata ricerca della bellezza.
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oi dico anche che io – e con me tantissimi dei partecipanti alla visita guidata – non saremmo stati in grado di comprendere la mostra se non fossimo stati accompagnati da una bravissima guida, che ci ha illuminato, un po’ come le torce di Man Ray alla sua mostra. Cosa c’entrano le torce? Ora ve lo racconto, come vi racconto tante altre storie sul tema, che sono un altro regalo dei “Mercoledì della cultura” di Villa Montallegro.

Insomma, un giorno Man Ray decise che l’allestimento ideale della sua mostra non sarebbe stato quello con le luci fisse, ma che i visitatori avrebbero dovuto entrare nel museo completamente al buio e poi illuminare le sue opere con una torcia di cui venivano dotati all’ingresso. Ma dopo due settimane l’innovativa idea venne tristemente interrotta: infatti le torce facevano la stessa fine di accappatoi e ciabatte negli alberghi.

E poi abbiamo visto un metronomo su cui Man Ray ha incollato la fotografia di un occhio e l’opera è intitolata provocatoriamente “Oggetto da distruggere” e il fatto che l’occhio si veda o sparisca con le oscillazioni del metronomo è una metafora della vita. Insomma, il tempo viene scandito in maniera costante, quasi ipnotica, dal metronomo, mentre l’amore, lentamente, col succedersi delle oscillazioni, svanisce.
Una storia e un titolo dell’opera che un giorno vennero prese totalmente alla lettera da un visitatore che prese a martellate il metronomo fino a sfasciarlo.

E poi storie, altre storie, in questa mostra che durerà fino a luglio e che di storie è una fucina. Cominciando da un’opera che mi ha riportato ad altri appuntamenti con i Mercoledì di Villa Montallegro, a partire da una fotografia, “Elevage de poussière”, in cui Man Ray trasforma la polvere e i suoi grumi su un’opera di Marcel Duchamp in un’ulteriore opera d’arte. E qui non si può non pensare alla polvere raccolta in una stanza di Montallegro poi diventata una splendida opera d’arte vista a Torre San Vincenzo e anche – visto che viene evocato un paesaggio lunare – a “Nuova Terraferma” di Francesco Jodice con le calate e le banchine del porto di Genova diventate anch’esse una sorta di nuova luna.

E poi la mostra è anche l’occasione per vedere come oggetti di vita quotidiana vengano usati dall’artista di formazione newyorkese trasformati in installazioni e sculture: un tornio, un vasetto, il metronomo di cui ho detto, ma anche un ferro da stiro che però non stira perché sotto la piastra Man Ray ci ha messo dei chiodi.
C’è poi la stanza dei nudi, dove molte donne sono immortalate completamente nude con giochi di luci, di ombre e di stampe. Con una caratteristica particolare: non si tratta di modelle, ma di fidanzate e muse di Man Ray, che evidentemente si trattava bene.

Ed è divertente vedere quanto questo artista sia multitasking. Man Ray è uno pseudonimo e muore nel 1976, quello che è fondamentalmente l’anno della perdita dell’innocenza, la morte di Pier Paolo Pasolini è a novembre 1975, e riesce ad essere innovativo con molte delle tue scelte: dall’impegno in una campagna pubblicitaria per l’elettricità, lui che sceglie di chiamarsi raggio di luce, ma in realtà dà la luce alle sue opere con tecniche come la solarizzazione, la stampa alla gelatina d’argento e la stampa al bromuro d’argento.

Poi c’è la foto che è diventata il simbolo di questa mostra, quella dei manifesti e delle brochure. Si chiama “Le violon d’Ingres” ed è una lunga serie di citazioni. Per capirci si tratta di una delle fidanzate dell’artista – e ridaje – ritratta di schiena e con dei simboli di violino ai lati, con il corpo stesso che diventa violino. La modella-fidanzata questa volta è Kiki ed è perfetta per Man Ray e per il suo mondo di ballerine, danzatrici esotiche, spogliarelliste, contorsioniste, cantanti, modelle e donne che lavoravano nei locali notturni di Montparnasse.

Il pittore-fotografo è come fosse un De Andrè francese e Kiki è come una delle protagoniste delle storie di Faber, con cui Man Ray, a differenza delle altre instaurò “un rapporto unico e tempestoso, fatto di separazioni e riconciliazioni, dominato dalla passione”. O almeno così assicurano le note dei cataloghi d’arte. E tutto questo è ancora più bello perché avviene a Montparnasse che, a cavallo tra Ottocento e Novecento e fino alla Seconda guerra mondiale, fu il quartiere più epico di Parigi, capace di attrarre scrittori, artisti e musicisti provenienti da tutto il mondo: fra cui Modigliani, Picasso, Matisse, Dalì, Mirò, Giacometti, Van Gogh e tanti altri.

C’è anche una professoressa, che sta visitando autonomamente la visita rispetto a noi, e che mostra a suo figlio il quadro dell’Ottocento, per l’appunto di Ingres, a cui si è ispirato Man Ray. E vedere il quadro è come attraversare la strada arrivare al Carlo Felice e vedere la Bohème. Poi arriva Francesco Illuzzi e sembra quasi un’ulteriore opera di Man Ray, un’installazione vivente.

Scritto da:

Massimiliano Lussana

Massimiliano Lussana, 49 anni, giornalista, si definisce “affamato e curioso di vita”.