I dati dell’Istituto Superiore di Sanità sostengono che in Italia attorno al 12,8% della popolazione (circa 7 milioni di persone) si siano tatuate almeno una volta nella vita, con una lieve maggioranza di donne. Nel nostro Paese, i tatuatori sarebbero circa 2800, il 60% dei quali al nord. La ricerca dell’’ISS afferma anche che il 17,2% delle persone con qualche tatuaggio sarebbe intenzionato a rimuoverlo e che il 4,3% di questi lo ha già fatto.

Secondo alcuni mezzi di informazione (ne hanno parlato recentemente l’inglese “The Guardian” e “Vanity Fair”) la moda del tatuaggio sarebbe sul viale del tramonto come dimostrano le scelte di alcune star del cinema: Angelina Jolie si è fatta cancellare dalla pelle il nome dell’ex marito Billy Bob Thornton, così come Johnny Depp, Gwyneth Paltrow e Chris Martin.

Verrebbe da dire che il tatuaggio a differenza del diamante “non è per sempre”.

Ne parliamo con Tiziana Lazzari (nella foto), dermatologa in Montallegro, ben nota come chirurgo estetico.

C’è tatuaggio e tatuaggio

– La prima domanda è d’obbligo: perché ci si pente di un tatuaggio?

«Nella mia esperienza i pazienti che si sottopongono alla rimozione di un tatuaggio lo fanno perché pentiti di una scelta in età troppo giovane e quindi in maniera poco consapevole, oppure per problemi lavorativi (come i concorsi nelle Forze dell’Ordine: in Italia vige il divieto di avere tatuaggi visibili indossando la divisa). In altri casi la motivazione è legata a problemi con l’abbigliamento o a un evento significativo nella vita di relazione come quei pazienti che, dopo essersi tatuati il nome del fidanzato/a cambiano partner…».

– I tatuaggi sono tutti uguali?

«Occorre fare una premessa. Possiamo trovarci di fronte a tatuaggi realizzati da un professionista con l’apposota pistola e di tatuaggi artigianali realizzati da un non professionista, utilizzando inchiostro India o carbonio. Ma la classificazione comprende anche tatuaggi traumatici, dovuti alla penetrazione nella pelle di particelle estranee, tatuaggi cosmetici (il cosiddetto “trucco permanente”) e tatuaggi medici, utilizzati come guida per i trattamenti a radiazione o l’applicazione di  apparecchi medici interni».

Il problema dei colori

– E si possono rimuovere tutti allo stesso modo?

«La maggior parte dei tatuaggi che si incontrano al giorno d’oggi è eseguita da professionisti. I tatuaggi professionali sono più diffi­cili da rimuovere di quelli amatoriali perché sono disegnati con inchiostri di più colori po­sti a varie profondità nel derma e spesso sono im­possibili da rimuovere completamente con le attuali tecnologie».

– Quindi si incontrano delle difficoltà nella rimozione?

«Definire aspettative realistiche per ciascun paziente è fondamentale per raggiunge­re un risultato soddisfacente. Deve essere ribadito con chiarezza che di norma sono ne­cessari trattamenti multipli, variabili tra 5 e 20. Inoltre, anche dopo numerosi trattamenti, è probabile che alcuni pigmenti persistano».

– I colori sono tutti uguali da questo punto di vista?

«Tutti i pigmenti dei tatuaggi hanno uno specifico spettro di assorbimento. Alcuni, come il giallo, verde, bianco e inchiostri fluorescenti sono più difficili da trattare rispetto al nero o ai colori scuri poiché hanno uno spettro di assorbimento che cade fuori o sulla soglia di emissione degli spettri disponibili nei laser per la rimozione. Quando si trattano i tatuaggi è importante determinare il tipo di tatuaggio, attraverso la valutazione del colore. Poiché i tatuaggi sono realizzati con vari colori di inchiostro e varie composizioni della tintura, la reazione ai trattamenti laser non è uniforme».

– Quale è il colore più preoccupante?

«Il trattamento dei tatuaggi bianchi e cosmetici dovrebbe essere evi­tato da medici che non abbiano acquisito una buona esperienza poiché possono mutare permanen­temente in un colore più scuro o grigio immediata­mente dopo la terapia con il laser e risultare poi impossibili da rimuovere».

L’intervento con il laser

– Siamo entrati in tema: per la rimozione dei tatuaggi si utilizza dunque il laser?

«Proprio così. L’avvento del laser Q-switched ha rivoluzionato il trattamento per rimuovere i tatuaggi, dopo le delusioni legate all’utilizzo di altre tecniche, quali dermoabrasione, salabrasione, laser Argon o CO2, che lasciavano esisti cicatriziali permanenti al posto del tatuaggio».

– Da che cosa si comincia?

«Prima di sottoporre il paziente alla rimozione del tatuaggio, è fondamentale un’accurata anamnesi e la valutazione dei criteri d’esclusione comuni a tutti i trattamenti laser. Si deve procedere con estrema cautela nei pa­zienti di carnagione scura (fototipi IV-VI secondo Fitzpatrick) o abbronzata perchè possono presentar­si come effetti collaterali al trattamento con il laser sia ipopigmentazione temporanea sia ipopigmenta­zione o iperpigmentazioni permanenti dovute all’as­sorbimento competitivo della luce da parte della melanina che si trova nell’epidermide».

– La valutazione da parte del medico come avviene?

«Quando si valuta un paziente con un tatuaggio prima di iniziare la terapia, bisogna palpare con cura ed esaminare il sito per essere sicuri che non siano presen­ti cicatrici, ipopigmentazione o indurimenti. È pro­babile che molti pazienti non si rendano conto che le attuali procedure di tatuaggio possono causare sia ci­catrici sia perdita della normale pigmentazione. Se il trattamento laser per la rimozione di un tatuaggio fa emergere una di queste complicanze, può accadere che poi il paziente accusi ingiusta­mente il medico di averla causata, quando, di fatto, era già presente. Una profilassi orale antivirale dovrebbe poi essere sempre presa in considerazione nei pazienti con una storia di herpes simplex (HSV) nel sito del trattamento o vicino a esso».

– Come mai fotografate il tatuaggio prima di iniziare?

«La fotografia preoperatoria è un metodo eccellente per do­cumentare l’aspetto del tatuaggio sia prima sia nel corso del trattamento. Molti pazienti possono sco­raggiarsi nel non vedere evidenti miglioramenti dopo alcuni trattamenti, ma le fotografie scattate prima e durante le varie fasi possono dimostrare l’effetto che trattamento ha avuto».

C’è paziente e paziente

– Significa che esiste un paziente “ideale”?

«II paziente ideale per la rimozione di un tatuaggio è un soggetto dalla carnagione chiara non abbronza­ta (fototipo I o II) e con un tatuaggio blu scuro o nero che è stato fatto da almeno un anno. Più vec­chio è il tatuaggio, migliore sarà la risposta al tratta­mento con il laser poiché i macrofagi ovvero le cellule “spazzine”, sono già pre­senti nella cute e stanno attivamente tentando di fa­gocitare i pigmenti estranei per rimuoverli. Questo tentativo naturale dell’organismo di ri­muovere i pigmenti estranei dell’inchiostro del ta­tuaggio è la ragione per cui i tatuaggi più vecchi sono spesso illeggibili e hanno margini sfocati o indistinti».

– E il paziente più complicato?

«Quello con tatuaggi recenti a più co­lori su individui di carnagione scura. Sono tatuaggi che possono essere molto difficili da rimuovere completamente e il trattamento dovrebbe essere tentato solo da chirur­ghi esperti per ridurre il rischio di cicatrici o di alte­razioni della pigmentazione».

Come funzionano i trattamenti

– Come funziona la rimozione col laser?

«Quando un tatuaggio viene trattato con luce prove­niente da un laser Q-switched, le particelle del ta­tuaggio si scompongono in frammenti più piccoli, fa­cilitando la rimozione da parte dei macrofagi e ren­dendo possibile in alcuni casi la rimozione completa del tatuaggio.

– Basta un’applicazione?

«No. Di solito sono necessari 5-20 trattamenti per rimuovere completamente o quasi un tatuaggio e anche dopo numerosi tratta­menti alcuni tatuaggi rischiano di non essere rimossi completamente con le attuali tecnologie. Quando un tatuaggio viene completamente ri­mosso dal laser, di solito lo è in maniera permanen­te».

– Si tratta di interventi dolorosi?

«Bersaglio della luce laser è il pigmento, con un minimo coinvolgimento dei tessuti circostanti. Questo fa si che la maggior parte dei pazienti avverta solo un modesto disagio durante il trattamento. Nei pazienti più sensibili è prevista l’applicazione di una crema anestetica».

– Quali attenzioni durante l’intervento?

La luce dei laser Q-swit­ched può causare danno permanente alla retina e perdita della vista. Pertanto è necessario proteggere gli occhi con oc­chiali schermati o occhialini specifici per il laser in uso. Anche le persone presenti nella stanza du­rante il trattamento laser dovrebbero indossare adeguate protezioni per gli occhi. Subito dopo il trattamento residua un po’ di gonfiore, che può essere ridotto raffreddando la pelle con l’applicazione di ghiaccio.

– Senza conseguenze?

«Se e stato usato un la­ser Q-switched, l’area pare abrasa dopo il tratta­mento. Occorre applicare uno strato di unguento antibio­tico o vaselina sotto un bendaggio non aesivo e in­segnare al paziente a cambiare la medicazione due volte al giorno dopo aver ripulito delicatamente l’area con acqua e sapone. L’operazione dovrebbe essere ripetuta finché l’area non si è completa­mente riepitelizzata. La guarigione avviene in 5-14 giorni».

I tatuaggi cosmetici

– Lei ha parlato di difficoltà nella rimozione di tatuaggi cosmetici…

Quando i tatuaggi vengono usati per far risaltare la forma delle labbra, ricostruire o migliorare l’aspetto delle sopracciglia o ricostruire l’aspetto dell’areola in seguito a una mastectomia, la tecnica prende il nome di tatuaggio cosmetico. Gli inchiostri sono di solito una miscela di pigmenti bianchi (tita­nio) e rossi (ossido di ferro), la cui relativa concen­trazione è determinata dal sito e dalla pigmentazione naturale dell’area da trattare. In questi casi, bisogna sempre prestare attenzione al fenomeno dello scuri­mento del pigmento, che è stato ormai osservato con tutti i laser Q-switched usati per la rimozione dei ta­tuaggi. Quasi immediatamente dopo il trattamento, nella cute ha luogo una rea­zione chimica che cambia l’originale colore bianco o rosso in grigio o nero. Per questa ragione, si deve adottare estrema cautela».

La foto di apertura è di Orna Wachman da Pixabay.com.

Scritto da:

Mario Bottaro

Giornalista, è consulente per la comunicazione di Villa Montallegro