Il Natale tra silenzio e cura: la lezione di San Giuseppe in corsia
Padre Luigi Cerea: «È nella fragilità del malato che rinasce la vera speranza»
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È una figura familiare tra i corridoi, un punto di riferimento discreto ma fondamentale. Padre Luigi Cerea è ormai una presenza costante in Montallegro, dove offre sostegno e conforto ai degenti e ai loro familiari, oltre a un prezioso supporto spirituale per chi lavora nella struttura. Bergamasco di origini, arrivato a Genova da quattro anni, opera nella parrocchia dei Santi Nazario e Celso e San Francesco d’Albaro; lo scorso anno ha festeggiato un traguardo importante: 50 anni di sacerdozio.
Lo abbiamo incontrato a pochi giorni dal Natale per raccogliere una riflessione che, partendo dalle Scritture, arriva a toccare le corde più intime dell’esperienza umana, specialmente quella legata alla malattia e alla cura.
San Giuseppe, il “Santo del Silenzio”
La meditazione di padre Luigi inizia con una figura spesso lasciata in secondo piano dalla narrazione festosa, ma cruciale per la teologia cristiana: Giuseppe. «Lo definisco il “Santo del Silenzio“, perché nei Vangeli non troviamo nessuna sua parola. Tuttavia, questo tacere non è assenza, ma sostanza. Sappiamo che a volte il silenzio, e soprattutto quello di San Giuseppe, parla. Parla in un modo particolare a noi, alle nostre coscienze, al nostro cuore».
Al centro della riflessione vi è la definizione evangelica di “uomo giusto”, analizzata contrapponendo la giustizia formale alla misericordia divina. «Se fosse stato giusto solo umanamente, secondo la legge del tempo, avrebbe dovuto condannare Maria alla lapidazione. Ma essendo un uomo giusto davanti a Dio, decise di ripudiarla in segreto – prima di essere fermato dall’Angelo – affinché nessuno venisse a sapere della sua condizione».
È in questo gesto di protezione, lontano dal clamore del giudizio, che si svela il senso profondo dell’obbedienza. «È facile condannare, giudicare o dare un’etichetta a una persona. Giuseppe, invece, riceve il premio dell’intervento divino – il “Non temere” dell’angelo – proprio per la sua capacità di ascolto silenzioso e di accoglienza del mistero».
Il presepio come il Cantico delle Creature
Spostando lo sguardo sulla tradizione, padre Cerea offre una chiave di lettura della Natività. «Il presepio è come il Cantico delle Creature. Quando vediamo un presepio diciamo: “Che bello!”. Perché ci colpiscono le luci, le statuine, le montagne, la neve. Ma rischiamo di commettere un grosso sbaglio, dimenticando di guardare il punto fondamentale: la capanna dove Gesù Cristo nasce.
Come nel Cantico di San Francesco non si può comprendere il creato se non si parte dall’incipit “Altissimo, Onnipotente, Buon Signore“, così accade davanti alla rappresentazione della Natività. La vera bellezza non è ciò che la circonda, ma quello che la capanna di Betlemme ci suggerisce. Solo concentrandoci sulla grotta, tutto il resto acquista il giusto significato e diviene un grande regalo di Dio».
La speranza nei luoghi di cura
Il messaggio natalizio deve però confrontarsi con la realtà della sofferenza, un tema che nei luoghi di cura è quotidianità. Come vivere la festa quando si è segnati dalla malattia o dal lutto? Padre Luigi risponde condividendo un toccante ricordo personale: «Proprio nel 1981, il 21 dicembre, moriva mio padre. Quando si subisce una perdita o si ha un familiare malato in ospedale, l’arrivo delle feste lascia smarriti, ma non dobbiamo mai dimenticare che Gesù Cristo nasce in vista non della Croce, ma per la Risurrezione. Allora anche la sofferenza può essere vissuta in unione con Gesù che nasce, muore e risorge».
È proprio nelle corsie, tra i letti dei pazienti, che il mistero dell’Incarnazione si fa carne viva. «Quando vado in una casa di cura, e lo vedo qui a Montallegro, mi accorgo che solo lì si capisce davvero cosa significhi la Natività. Gesù nasce nella solitudine, nasce nel malato, nasce nelle persone che aiutano. Nasce, soprattutto, nella speranza» conclude padre Luigi.