La tradizionale distinzione tra le diverse forme di diabete sta subendo una profonda revisione alla luce delle più recenti evidenze scientifiche. A delineare questa evoluzione è Enrico Torre, direttore della struttura complessa di Diabetologia e Malattie metaboliche dell’Asl 3, che ha scelto la struttura di Montallegro per l’attività in libera professione.

Rispondendo al quesito se diabete insulinodipendente e non insulinodipendente siano ancora considerabili due entità cliniche distinte, lo specialista offre una lettura che supera i vecchi paradigmi. «Un tempo avrei risposto di sì, oggi non più. Il diabete insulinodipendente, con esordio tipico nell’età giovanile, si riteneva esclusiva prerogativa di una malattia autoimmune a evoluzione rapida; al contrario, quello non insulinodipendente era inquadrato essenzialmente come una malattia cardiovascolare, caratterizzata da un elevato rischio di infarto, ictus e degenerazione vascolare diffusa».

La ricerca attuale ha però ridisegnato i confini della patologia, spostando l’attenzione su nuovi meccanismi eziologici e organi bersaglio.
«Abbiamo scoperto che circa il 70% dei soggetti diabetici presenta una malattia che parte da un’alterazione del fegato. Si tratta dell’accumulo di grasso, noto come MASLD (Malattia epatica steatosica associata a disfunzione metabolica), o della sua forma più grave, la MASH (Steatoepatite associata a disfunzione metabolica). Questa condizione determina un aumento di rischio non solo cardiovascolare, ma anche oncologico».

Tuttavia, esiste una zona grigia che rende la diagnosi particolarmente complessa. «Nel restante 30% dei soggetti – che un tempo classificavamo come non insulinodipendenti – c’è in realtà una componente di danno della secrezione insulinica che ha, in parte, cause immunitarie. Per questo motivo, non è così semplice distinguere l’evoluzione del diabete basandosi sulla eziologia, soprattutto in un paziente non marcatamente obeso» conclude Torre.