Il monitoraggio della pressione arteriosa è il primo scudo protettivo per prevenire eventi cardiovascolari avversi, ma per agire in ottica preventiva è necessario individuarne l’origine esatta. Ne abbiamo parlato con Gian Paolo Bezante, dirigente medico della clinica di malattie dell’apparato cardiovascolare dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino e consulente del servizio di cardiologia di Montallegro.

«La forma più diffusa di questa condizione clinica è la cosiddetta ipertensione essenziale. In questo scenario non esiste una singola causa alla base dei valori elevati di pressione sistolica e diastolica, ma entra in gioco un mosaico di fattori di rischio e di abitudini consolidate. Parliamo di un mix di elementi genetici e stili di vita inadeguati, tra cui il fumo, il consumo di alcol, la sedentarietà, il sovrappeso e lo stress. Rientrano in questo gruppo tutte le condizioni che caratterizzano la nostra quotidianità e i rapporti sociali. A questi fattori si aggiunge la sindrome delle apnee notturne, un disturbo in grado di indurre un aumento dei valori pressori durante le ore diurne».

In una quota minoritaria di pazienti, l’aumento della pressione è invece il sintomo diretto di una patologia sottostante.
«Nel 5-10% dei casi l’origine risiede in quadri patologici ben definiti. Tra le cause di natura renale, la più frequente è la stenosi dell’arteria renale. Vi sono poi le cause endocrine, come l‘ipertiroidismo, l’iperparatiroidismo, l’iperaldosteronismo primario e la sindrome di Cushing. Parliamo in sintesi di fattori patogenetici di ambito endocrinologico, un gruppo in cui trova spazio, in veste di causa scatenante, la stessa sindrome delle apnee ostruttive del sonno».