Talvolta poco conosciute o confuse con la tiroide per l’assonanza del nome, le paratiroidi svolgono un ruolo cruciale nella regolazione del metabolismo minerale. Quando la loro funzione si altera, le conseguenze possono divenire sistemiche, colpendo le ossa, i reni e la sfera psicologica. Ne parliamo con Michele Minuto – professore associato di Chirurgia generale presso il Dipartimento di scienze chirurgiche (DISC) dell’Università degli studi di Genova – che ha scelto Montallegro per la sua attività in libera professione.

– Cosa si intende per iperparatiroidismo?
«L’iperparatiroidismo è una malattia generalmente benigna che riguarda le paratiroidi. Si tratta di quattro ghiandole situate posteriormente alla tiroide, che hanno il compito di regolare il metabolismo del calcio, del fosforo e, in ultima analisi, dell’osso. È una patologia molto più frequente di quanto si pensi: rappresenta infatti la seconda malattia endocrina più comune e si manifesta, in genere, con un’alterazione del calcio nel sangue, ovvero un’ipercalcemia».

– Come si arriva alla diagnosi?
«Quando un paziente riscontra agli esami un valore di calcemia superiore alla norma, la diagnosi è generalmente quella di un iperparatiroidismo primitivo; una condizione che merita un approfondimento. In questo caso lo screening esiste ed è molto semplice: è sufficiente un prelievo ematico per il dosaggio della calcemia. Utile anche eseguirlo su una persona in piena salute, senza fattori di rischio – nell’ambito dei controlli di routine o check-up annuali – per fare prevenzione attiva».

– Quali sono le conseguenze per la salute del paziente?
«L’iperparatiroidismo primitivo è una malattia debilitante, più di quanto si immagini. Nonostante la natura benigna, causa disturbi che alterano profondamente la qualità della vita. I primi sintomi riguardano l’apparato scheletrico: la patologia determina osteopenia prima e osteoporosi poi. Interessando prevalentemente la popolazione femminile over 50, insiste su una fascia in cui l’osso è già fisiologicamente più debole per ragioni metaboliche; è dunque fondamentale diagnosticare la malattia per non aggiungere ulteriore perdita di massa ossea a una struttura già fragile».

– Ci sono altri organi bersaglio o sintomi specifici?
«Il secondo sintomo tipico riguarda i reni, con la comparsa di litiasi o calcolosi; in particolare, se la calcolosi è bilaterale, si deve subito sospettare un iperparatiroidismo. Vi sono poi manifestazioni che toccano la sfera psichica: la malattia può causare una depressione rilevante, un aumento importante dell’ansia e un nervosismo ingiustificato».

– I pazienti lamentano di frequente anche una stanchezza diffusa. È correlata?
«Assolutamente sì. Tra i sintomi frequenti troviamo un‘astenia marcata e una diminuzione delle performance fisiche che le persone confondono con il normale invecchiamento; in realtà si tratta di un decadimento molto più grave e accelerato. A questo si aggiungono dolori ossei e muscolari diffusi su tutto il corpo: alla schiena, alle spalle, ai polsi, alle ginocchia. Sono tutti segnali che alterano in maniera significativa la quotidianità e giustificano, a mio parere, l’importanza dello screening».

Una volta accertata la diagnosi, qual è l’iter terapeutico?
«La malattia è generalmente causata da un tumore benigno. In presenza di questa neoplasia esiste la possibilità, nonché l’indicazione, dell’asportazione. Si interviene chirurgicamente: è un’operazione che deve essere eseguita da un’équipe dedicata e specializzata nella chirurgia delle paratiroidi. L’intervento prevede l’asportazione di una o più ghiandole a seconda di quanto evidenziato dall’iter diagnostico».