Quando un’articolazione subisce un trauma severo, la stabilità dei capi ossei può venire compromessa in misure differenti, richiedendo valutazioni cliniche specifiche per evitare danni a lungo termine. Ne parliamo con Federico Santolini, direttore dell’unità operativa complessa di Ortopedia e traumatologia d’urgenza dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino. Lo abbiamo incontrato in Montallegro, struttura che ha scelto per l’attività di chirurgia in libera professione.

«La lussazione consiste nella perdita completa dei contatti tra due superfici articolari: una delle componenti va del tutto fuori posto. Una sublussazione rappresenta invece una perdita parziale della congruenza: l’articolazione non esce in modo definitivo, ma rimane in parte a contatto. Se una struttura è, per sua natura, molto congruente, potremmo persino non accorgerci della sublussazione in un primo momento».

Le conseguenze di questi traumi diventano evidenti quando coinvolgono distretti anatomici dalla forma più complessa o piatta. «Prendendo in esame un’articolazione poco congruente come l’acromion-claveare, caratterizzata da una superficie liscia e da una meccanica “a slitta”, in caso di sublussazione si perde il corretto rapporto anatomico, pur mantenendo un parziale contatto tra le parti. Si configurano così lesioni di primo, secondo o terzo grado a seconda della gravità. Nelle sublussazioni, le articolazioni tenderanno in ogni caso a essere più lasche nel futuro. Faccio un esempio. Durante il movimento, un osso fuori asse come la clavicola finisce per spingere contro la spalla, dietro l’acromion, invece di restare nella sua sede naturale».