Massimiliano Lussana ci racconta l’alcova del Marchese libertino

Ci sono mercoledì (e non solo) della cultura che raddoppiano, triplicano, si gemmano, ma che in realtà non sono affatto ripetuti, ma semplicemente raccontano più di una storia.
Ecco, quando c’è di mezzo Raffaella Besta, curatrice dei Musei di Strada Nuova con tutta la sua squadra, funziona esattamente così. E quando c’è di mezzo anche Villa Montallegro funziona così, in un circolo virtuoso dell’arte.
Tutto questo per dire che siamo tornati a Palazzo Rosso, dove già eravamo stati per raccontare delle scelte di Franco Albini, dei suoi allestimenti, dell’ufficio e dell’appartamento del curatore che diventano essi stessi esposizione, della scala ottagonale che è uno dei più grandi pericoli esistenti in natura per noi non snellissimi – rubensiani, direbbe Vittorio Sgarbi – che siamo una categoria dello spirito. Lo stesso Francesco Berti Riboli è rubensiano per dire dell’anima e motore dei mercoledì di Montallegro; Giorgio Maietta Farnese è caravaggesco, con il metabolismo più straordinario esistente in natura; Luca Spigno sembra uno di quei diavoletti sorridenti e un po’ sadici delle illustrazioni di Gustavo Dorè, dove la Divina Commedia diventa ancora più infernale nei primi trentatre canti, tanto più duri dei personaggi paciarotti disegnati da Francesco Gonin per i Promessi Sposi di Alessandro Manzoni e la sua versione originale.

Insomma, abbiamo risalito i pericolosissimi gradini ottagonali, ma semplicemente perché quando sei dentro Palazzo Rosso non usciresti mai, alla ricerca di ogni particolare, e infatti questa volta ci siamo soffermati personalmente sulle sale dei “presepi alla genovese”, una mostra che ospita le statuine artistiche non inserite nel contesto del presepe, ma raggruppati a seconda dei personaggi: Bambini con Bambini, pastori con pastori, cammelli con cammelli e via di questo passo e anche in questo caso con il razionalismo di Albini a contrappuntare il tutto. Vetrinette dalle forme geometriche con il vetro e le strutture di metallo minimalisti appoggiati su uno strato di stoffa vellutata rossa, ma anche in questo caso il meno invasiva possibile, proprio a tradurre anche qui il pensiero di Albini. Che può piacere o no, ma è un grande valore aggiunto che rende unici i Musei di Strada Nuova rispetto ad analoghe esposizioni in Italia o nel mondo.
Ecco, c’è la prova provata di quello che vi ho detto all’inizio: siamo arrivati a riga 25 di questo capitolo di “Genovese, per caso” e ancora – preso da Palazzo Rosso – non ho ancora iniziato a raccontare il vero oggetto di questo Mercoledì (e non solo) della cultura, che è l’Appartamento Reale di Anton Giulio II Brignole Sale.
Quasi un “Palazzo Rosso due – la vendetta” rispetto al primo capitolo quando eravamo andati alla scoperta dell’appartamento della Signora, delle sue toilettes, della biblioteca e del piano nobile.
Invece, questa è una storia gioiosamente peccaminosa.

Perché il marchese, oltre alla moglie e ai suoi numerosi figli, sei, roba che nemmeno i neocatecumenali più incalliti, che aveva sistemato nel palazzo di fronte, aveva questo appartamento privato che riservava alle amiche, diciamo così, e che – a tratti – dal colore rosso di fondo, agli specchi ovunque, elemento felicemente voyeuristico, al letto-alcova, sembrano presi di peso dai più divertenti film di Tinto Brass.
 E così siamo andati alla scoperta di tutti gli spazi privati delle “mezzarie” di Palazzo Rosso e della vita del marchese Anton Giulio Il Brignole Sale: la piccola Galleria di dipinti, il Salottino degli specchi, la Sala della Grotta e, giusto per restare in tema, l’Alcova. Che non è nemmeno un’idea originale, ma un’importazione dalla Francia. Il Marchese ebbe infatti modo di ammirare nella reggia di Versailles l’Alcova del Delfino, decidendo al suo ritorno a Genova di trasformare casa sua in un ambiente altrettanto lussuoso e spettacolare.
E qui a raccontare la storia chiamo in aiuto anche l’invito con cui Villa Montallegro ci ha convocato, facendoci venire l’acquolina in bocca anche se era il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia e non ancora Natale: “Anton Giulio era un uomo colto, raffinato, esteta e amante del lusso, che si concedeva spese folli: un esempio su tutti la piccola carrozza per i suoi cani. Altra sua grande passione erano le donne: oltre alla moglie Isabella, numerose erano le relazioni extraconiugali del Marchese.
A questo atteggiamento libertino si contrappone però una grande personalità politica: fu ambasciatore della Repubblica di Genova a Parigi e Milano, dove si contraddistinse per le sue fini abilità diplomatiche
”.
E qui, in qualche modo si può anche dire che forse sono doti che non si contrappongono e che le “fini abilità diplomatiche” erano necessarie al “povero” marchese per gestirsi tutte le sue donne, come sa chiunque debba divincolarsi fra il pubblico femminile.

Così abbiamo visto di tutto e di più: la stanza con i contorni già pronti per diventare la quadreria, come fosse il lavoro di un architetto disegnato “in brutta”, la sala da pranzo immaginata per l’appunto all’interno di una grotta dove è di roccia persino il tavolo, le porte di armadi nascosti che danno su cabine armadio che nemmeno Chiara Ferragni, le chinoiserie sul parquet con i monogrammi di famiglia, i guardaroba e i bagnetti come dependances delle sale, la vista su via Garibaldi e su Palazzo Tursi, la Galleria degli specchi in miniatura, in un tourbillon di scoperte che si rincorrevano fra loro.
E poi, come sempre, i racconti della squadra di Raffaella Besta, Margherita Priarone e Martina Panizzutt, che arricchiscono il tutto di particolari, come l’acqua che ha lasciato il segno ancora su un soffitto e la nostra guida ci racconta che è eredità di un incendio che si sprigionò e che fu spento con acqua di mare, che ha lasciato segni di salsedine e di salmastro un po’ ovunque sulla muratura.

Poi, quasi in un circolo virtuoso di via Garibaldi, appena usciti, in vico Boccanegra c’è il Teatro di Strada Nuova dove si formano i ragazzi che si preparano ad essere divulgatori alla prossima edizione dei Rolli Days e il loro professore Giacomo Montanari parla nuovamente del marchese, della sua passione per la cultura e della sua gioia di gestire la biblioteca.
Con Anton Giulio che si segna minuziosamente i libri dati e avuti, come il più scrupoloso dei bibliotecari.
E con la biblioteca che abbiamo appena visto nel Mercoledì (e non solo) della cultura di Villa Montallegro, un cerchio si chiude.
Meglio della O di Giotto. 

Scritto da:

Massimiliano Lussana

Massimiliano Lussana, 49 anni, giornalista, si definisce “affamato e curioso di vita”.