Ipotiroidismo e tiroidite cronica autoimmune
Comprendere le cause, i sintomi aspecifici e l’importanza di un approccio diagnostico integrato tra esami ematici ed ecografia
focus tiroide
La tiroide svolge un ruolo cruciale nella regolazione del metabolismo, ma il suo equilibrio può essere compromesso da processi infiammatori cronici. La forma più diffusa è la tiroidite cronica autoimmune, condizione in cui il sistema immunitario, per un errore di riconoscimento, attacca la ghiandola anziché proteggerla. Daniele Cappellani, specialista in endocrinologia e malattie del metabolismo, illustra le dinamiche di questa patologia e l’importanza di un protocollo diagnostico rigoroso. Lo abbiamo incontrato in Montallegro, struttura che ha scelto per la sua attività in libera professione.
«Quando parliamo di tiroidite, ci riferiamo prevalentemente alla forma cronica autoimmune. Si tratta di un processo infiammatorio derivante da un’anomalia del sistema immunitario che identifica la ghiandola come un bersaglio da colpire. La conseguenza diretta è una riduzione dell’efficienza della tiroide, alla base del deficit funzionale noto come ipotiroidismo. Parliamo di una condizione estremamente comune: in alcune fasce anagrafiche interessa una donna su otto; la popolazione maschile è colpita in misura inferiore, circa un terzo rispetto a quella femminile».
Oggi questa patologia può essere gestita con grande efficacia grazie alla terapia sostitutiva che reintegra gli ormoni non prodotti a sufficienza dall’organismo, essenziali per le funzioni vitali.
Fondamentale, in questo percorso, è l’identificazione precoce dei segnali clinici.
«La sfida principale è rappresentata dalla natura dei sintomi, caratterizzati da una profonda aspecificità. Stanchezza, debolezza ed esaurimento delle forze possono manifestarsi sia a livello fisico, per esempio con affanno dopo sforzi modesti, sia sul piano cognitivo, con deficit di concentrazione e memoria. Questi segnali possono essere riconducibili alla tiroide, ma anche a numerose altre condizioni cliniche».
Proprio per questa ambiguità sintomatologica, la diagnosi non può prescindere da accertamenti oggettivi che superino il semplice sospetto clinico o i pregiudizi comuni legati a questa ghiandola.
«Il paziente spesso approda alla visita specialistica attribuendo alla tiroide disturbi di varia natura. Per giungere a una certezza diagnostica, è necessario integrare due valutazioni: il profilo ormonale ematico e l’indagine ecografica. Si tratta di strumenti complementari; limitarsi a uno solo di essi fornirebbe un quadro clinico parziale e incompleto, impedendo una corretta pianificazione del follow-up e della terapia» conclude l’endocrinologo.