Ipertrigliceridemia e iperuricemia: perché si presentano insieme
Il legame patogenetico tra i due valori ematici e l'impatto sul rischio cardiovascolare
obiettivo estate
Le alterazioni dei valori nel sangue non sono sempre eventi isolati, ma possono derivare da uno squilibrio metabolico comune che richiede grande attenzione clinica. Ne abbiamo parlato con Gian Paolo Bezante, dirigente medico della Clinica di Malattie dell’Apparato Cardiovascolare dell’IRCCS Ospedale Policlinico San Martino e consulente del servizio di Cardiologia di Montallegro.
«L’ipertrigliceridemia e l’iperuricemia rappresentano due fattori di rischio cardiovascolare che coesistono di frequente nello stesso paziente. Questa associazione non è casuale: alla base dell’innalzamento di questi due parametri ematochimici vi è un movente patogenetico comune, ovvero l‘iperinsulinemia. Quest’ultima, modificando il metabolismo dei grassi a livello epatico, determina un aumento dei trigliceridi nel sangue e, agendo a livello renale, provoca una riduzione dell’escrezione di acido urico».
L’interazione tra questi squilibri genera un impatto diretto e misurabile sulla salute dei vasi sanguigni, che richiede una presa in carico globale del paziente.
«L’ipertrigliceridemia aumenta l’incidenza dell’aterosclerosi vascolare, in primis quella coronarica. L’iperuricemia, a sua volta, agisce come un marcatore di aumentato rischio cardiovascolare. Nei soggetti affetti da sindrome metabolica, questi due valori alterati costituiscono un ulteriore elemento di pericolo che va a sommarsi a quelli tipici della patologia».