Il ritorno alla normalità dopo l’impianto di una protesi articolare richiede un programma di fisioterapia mirato e personalizzato. Ad analizzare le variabili in gioco è Francesco Ventura, direttore tecnico del servizio di fisiokineterapia e riabilitazione di Montallegro.

«Il percorso riabilitativo dopo un intervento di artroprotesi d’anca non è univoco o standardizzato, ma si correla a una serie di fattori clinici. Incidono l’età, il peso e le comorbilità presenti al momento dell’operazione, in particolare le condizioni cardiocircolatorie e respiratorie. Una variabile decisiva è la cosiddetta anamnesi funzionale premorbosa, ovvero la capacità motoria del paziente prima di entrare in sala operatoria. Se l’intervento riguarda una persona che prima camminava senza difficoltà, la prognosi sarà ben diversa rispetto a chi soffriva già di patologie dell’apparato locomotore con deficit di deambulazione».

Oltre al quadro clinico di partenza, le strategie di recupero variano in base alla natura dell’intervento e includono protocolli rigorosi per evitare complicanze.
«Un conto è una protesi impiantata in elezione per una patologia degenerativa dell’articolazione coxofemorale, un altro è un intervento a seguito di una frattura, dove le condizioni generali post-operatorie risultano più critiche. In ogni caso, il percorso prevede una fase preventiva contro la trombosi venosa profonda – attuata con eparina e calze elastiche – e un’educazione del paziente sui movimenti a rischio per evitare la lussazione dell’impianto.
In parallelo inizia la riabilitazione vera e propria: se il quadro clinico lo permette, già a poche ore dall’intervento il paziente viene verticalizzato e fatto deambulare con un girello o due bastoni canadesi. Nei giorni successivi si procede con l’uso del kinetec in caso di rigidità, esercizi alle parallele e scale in palestra, per poi passare a un solo bastone dopo un paio di settimane e arrivare rapidamente al carico libero in assenza di complicazioni».