Il percorso terapeutico del paziente affetto da carcinoma tiroideo non si conclude in sala operatoria. Fondamentale è il successivo percorso di follow-up, indispensabile per consolidare i risultati clinici e mantenere un quadro di salute stabile a lungo termine. Sebbene queste neoplasie presentino nella maggioranza dei casi un decorso favorevole, la sorveglianza richiede un approccio medico attento e su misura. Abbiamo incontrato Stefano Raffa – medico nucleare che ha scelto la struttura di Montallegro per la sua attività di libera professione – per approfondire le dinamiche della sorveglianza post-chirurgica.

«Il follow-up del cancro della tiroide è fondamentale nel percorso di cura poiché consente di verificare nel tempo l’efficacia delle terapie e di individuare precocemente eventuali segni di ripresa della malattia. Il primo controllo viene solitamente programmato a una distanza di almeno 40 giorni dall’intervento chirurgico. In questa sede si eseguono gli esami ematici per misurare i valori di tireoglobulina, una proteina prodotta dalle cellule tiroidee: la sua presenza può indicare un residuo tiroideo sano post-chirurgico oppure, nei pazienti ad alto rischio, una persistenza della patologia».

La valutazione non si limita al dato biochimico ma integra necessariamente l’imaging diagnostico per una stadiazione accurata.

«Agli esami ematochimici si associa sempre l’ecografia del collo, un’indagine non invasiva che permette di studiare con ottima sensibilità la loggia tiroidea e i linfonodi. Sulla base di questi risultati, e in accordo con le recenti linee guida dell’American Thyroid Association del 2025, valutiamo il rischio di una possibile recidiva e decidiamo l’eventuale necessità di un trattamento radiometabolico con iodio 131».

Il monitoraggio, dunque, non è un evento isolato ma un processo continuo che accompagna il paziente, modulandosi in base alle risposte cliniche individuali e alla terapia farmacologica di supporto.

«Successivamente al trattamento iniziale, la frequenza dei controlli viene adattata a ciascun paziente in base al livello di rischio, garantendo una sorveglianza attiva e continua. Un altro elemento cardine è la terapia ormonale con levotiroxina: questo farmaco non serve soltanto a sostituire la funzione degli ormoni tiroidei, ma anche a mantenere il TSH a livelli controllati, contribuendo così in modo determinante alla riduzione del rischio che la malattia si ripresenti» conclude lo specialista.