Diarrea: cause e gestione
Perché evitare terapie "alla cieca" e come distinguere tra infiammazione ed episodi lievi
Mi dica, dottore
Le alterazioni della frequenza e della consistenza delle evacuazioni rappresentano un disturbo diffuso, ma per inquadrare il problema serve grande precisione clinica. Ne parliamo con Giorgia Bodini, specialista in gastroenterologia, che ha scelto Montallegro per la sua attività in libera professione.
«La diarrea si definisce in presenza di almeno tre evacuazioni quotidiane. Qualora il paziente riscontri un semplice calo della consistenza fecale, con una o due evacuazioni più cremose, il quadro clinico non rientra in questa categoria. Le cause del disturbo sono molteplici. Un’accurata anamnesi rappresenta il punto di partenza: occorre indagare le abitudini alimentari per escludere intolleranze specifiche – come quelle al glutine e al lattosio – capaci di indurre gonfiore addominale e un alvo diarroico».
Oltre al fattore nutrizionale, lo specialista deve mappare la possibile presenza di patogeni.
«In seconda battuta, bisogna escludere le cause infettive sottoponendo il paziente a coprocoltura, esami parassitologici alla ricerca della tossina del Clostridium difficile.
Il passaggio successivo consiste nel distinguere le cause funzionali da quelle organiche. Un esame di base molto utile in questo senso è il dosaggio della calprotectina fecale. Questo indicatore possiede un elevato valore predittivo negativo: un risultato nella norma suggerisce un disturbo di natura funzionale, privo di infiammazione intestinale. Questo scenario impone un approccio conservativo, limitando il ricorso a indagini invasive come la colonscopia».
La presenza di infiammazione cambia il percorso di cura.
«Un valore alterato della calprotectina richiede un iter più aggressivo, che prevede il ricorso all’endoscopia, in particolare la colonscopia associata a ileoscopia retrograda e prelievi bioptici. L’errore più grande consiste nel tentare terapie empiriche senza una diagnosi precisa: questi approcci “alla cieca” rischiano di mascherare il quadro clinico, ritardando l’avvio di una cura adeguata».