Due specialisti affermati, due tecniche chirurgiche a confronto, per una giornata di alta formazione dal taglio innovativo. Sabato 2 luglio a Genova si terrà l’appuntamento di live surgery (chirurgia in diretta) dal titolo “Chirurgia dello Sguardo – Bernardini & Botti: Tecniche a confronto” patrocinato dall’Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica (AICPE).

«Lo sguardo sta assumendo un ruolo dominante nella richiesta dei pazienti. L’obiettivo è quello di mettere lo sguardo al centro dell’attenzione del chirurgo. Giovanni Botti e Francesco Bernardini hanno deciso di offrire una giornata di confronto tra due specialità e due approcci chirurgici, quello del chirurgo plastico e quello dell’oculoplastico, per illustrare le tecniche più innovative» spiega Francesco Berti Riboli, a.d. di Montallegro.

Il confronto sarà in sala operatoria al mattino con interventi trasmessi in diretta dal blocco operatorio di Villa Montallegro a una cinquantina di specialisti riuniti nel centro di formazione, allestito da Montallegro in occasione del proprio 70º anno di attività al 23/24 piano di Torre San Vincenzo (TSV70), nel cuore di Genova.
L’attività di studio – coordinata in aula al mattino dal prof Edoardo Raposio, direttore della Chirurgia plastica dell’Università di Genova – proseguirà nel pomeriggio ovviamente con la presenza dei due chirurghi a commento e approfondimento delle attività mattinali, sempre a TSV70.

Per prepararci all’occasione, inauguriamo la rubrica Storie di chirurghi, con l’intervista a Francesco Bernardini.

Specializzato (con lode) in Oftalmologia, Francesco Bernardini ha ottenuto la certificazione di ultra specialista in Chirurgia plastica oculofacciale nel 2000 dopo due anni di Fellowship chirurgica all’Università di Cincinnati nell’Ohio. Bernardini ha sviluppato tecniche chirurgiche non invasive innovative che applica anche in sala operatoria in Montallegro, è socio delle principali associazioni professionali internazionali tra cui l’American Society of Oculofacial Plastic and Reconstructive Surgery (ASOPRS), l’Associazione Italiana di Chirurgia Plastica Estetica (AICPE) e la Orbital Society. Professore universitario nella Scuola di specializzazione di Chirurgia Plastica e nella Scuola di specializzazione di Oftalmologia dell’Università di Genova.

In questa intervista racconta se stesso e il proprio lavoro.

– Quale professione voleva fare da bambino?

«Non avevo nessuna idea precisa. È stato tutto a esclusione di quello che non mi piaceva, poi al caso, lavoro e opportunità che sono arrivato a fare quello che faccio».

– La sua famiglia di origine le è stata di aiuto, ha agevolato il suo impegno?

«La mia famiglia è stata fondamentale sempre. In particolare mio padre medico, che ha rappresentato l’esempio di quello che avrei voluto diventare, mi ha accompagnato negli studi e sempre supportato nelle scelte».

– Quando si è iscritto a Medicina aveva già un progetto professionale?

«No. Devo ammettere che si è sviluppato giorno per giorno. Non avevo dubbi sulla chirurgia, e le mie preferenze erano chirurgia plastica e oculistica; alla fine sono diventato chirurgo oculoplastico».

– Come ha scelto la sua specializzazione e perché? C’è stato un suo maestro, oppure un episodio, che ha influito su questa decisione?

«Aver superato l’esame di abilitazione statunitense mi ha messo nelle condizioni di poter qualificare la mia ‘fellowship clinica” presso l’università di Cincinnati per due anni. Là i miei due maestri sono diventati esempi di vita e amici. Sono entrato a fare parte della loro famiglia oltre che del loro staff professionale e mi hanno trasformato per sempre come uomo e come professionista. Devo agli anni americani la mia base professionale. Successivamente altri colleghi internazionali e italiani mi hanno aiutato a sviluppare e raffinare tecniche più avanzate che mi hanno permesso di essere riconosciuto e premiato tra i migliori nel campo della chirurgia estetica dai miei colleghi americani 20 anni dopo».

– Quante volte ha rinunciato a operare un paziente e perché?

«Beh abbiamo molte richieste “strane” da persone che cercano di compensare altri problemi sociali e psicologici ricorrendo alla chirurgia. Quando mi rendo conto che la ragione per la richiesta dell’intervento non è appropriata, allora sconsiglio la chirurgia».

– Ricorda un caso che ha segnato la sua attività?

«Ricordo in particolare una ragazza di 19 anni che è venuta a trovarmi dall’Abruzzo con una benda davanti all’occhio. Era stata dai migliori a Parigi e Londra, ma senza risultato. Aveva un occhio cosi tanto sporgente che era obbligata a tenergli una benda davanti per nasconderlo, ma era venuta da me per il dolore eccessivo che accompagnava il problema. Era persino pronta a togliere l’occhio pur di non avere più il dolore. Dopo il mio intervento di asportazione di una grossa lesione vascolare congenita dell’orbita, oggi non usa più la benda, non ha più dolore, ha conservato un occhio bello come l’altro e ha una bellissima figlia. Abbiamo il potere di trasformare la vita delle persone!».

– A che cosa ha rinunciato per la professione o per eseguire un intervento urgente (un viaggio, un incontro, una festa, una vacanza…)?

«Casi del genere non si contano nemmeno. Il lavoro è sempre stato avanti a tutto. Ricordo una volta di essere partito con la famiglia per la montagna un venerdì dopo aver operato e appena arrivato, sono subito tornato a Genova per controllare un’urgenza, per poi risalire subito dopo. Tre volte avanti indietro, un percorso di 2 ore e mezzo per cercare di far andare d’accordo lavoro con famiglia».

– Cosa caratterizzava la sua specialità (diagnostica per immagini per inquadramento patologia, tecnologia chirurgica) quando ha iniziato?

«La mia specialità è un’ultra-specializzazione, ossia una chirurgia di nicchia che quando ho iniziato non esisteva neppure in Italia; venti anni dopo le pazienti mi cercano proprio perché chiedono qualcuno specificamente dedicato alla chirurgia estetica degli occhi. La richiesta di eccellenza, naturalezza dei risultati e sicurezza è cresciuta moltissimo in italia e la figura dell’ultraspecialistica si è imposta in tuti i campi, ma in particolare nel mio».

– Dove sarà la sua specialità fra 5/10 anni? Quali sono i trend che trasformeranno il suo lavoro e quali elementi resteranno immutati?

«I trend che stanno molto influenzando il mio lavoro sono i social; come chirurgo si è imposta la necessità di fare bene e farlo sapere. Oggi il passaparola è abbondantemente superato e la gente non ha paura ad attraversare l’Italia o l’oceano per rivolgersi al miglior chirurgo possibile per quello che viene considerato un punto nevralgico del nostro aspetto, ossia lo sguardo. Per il resto qualità, preparazione e risultati saranno sempre il centro».

– Quale sarà l’innovazione che si attende a breve nel suo lavoro e che cosa comporterà?

«Ci sarà un interesse crescente verso la mia branca e mi aspetto una crescita enorme delle tecniche di medicina estetica e dell’insegnamento ai colleghi».

– Pratica o ha praticato qualche sport? Quale?

«Sono un appassionato di Cross-Fit e corsa a piedi».

– Ha un hobby o appartiene alla categoria di professionisti che come hobby hanno il lavoro?

«Nessun hobby, quando non lavoro penso al mio lavoro, scrivo articoli scientifici. Mi piace viaggiare ma a scopo professionale».

– Cosa pensa la sua famiglia (quella che ha formato) del suo impegno?

«La mia famiglia è molto fiera e mi supporta al 100%, mia moglie mi guida e mi consiglia nelle scelte e mio figlio sembra intenzionato a seguire il mio esempio».

– Cosa ha consigliato a uo figlio? Lo ha spinto o intende spingerlo a seguire le sue orme?

«Nessuna spinta a mio figlio, ma ho sempre condiviso con lui gli aspetti positivi del mio lavoro, certi risultati particolarmente interessanti o certi riconoscimenti salienti. Gli ho raccontato il mio impegno. Sono stato io a avviarlo a tutti gli sport che ha fatto: gli ho insegnato i primi stop e tiri nel pallone, l’ho messo sugli sci, l’ho avviato al golf e ora alla palestra e a prendersi cura del proprio fisico. E mentre ci alleniamo, oggi gli racconto l’importanza di essere impegnato sempre per migliorarsi in tutti gli aspetti anche in quelli che sembrano più frivoli. L’ho avviato alla scuola internazionale e ora che la sta terminando mi piace vedere l’uomo che si sta formando. Gli riconosco tutta la capacità di scegliere liberamente, ma se dovesse scegliere di seguire le mie orme sarei orgoglioso di essere io a mettergli il bisturi in mano».

– Fino a quando pensa di lavorare?

«Fino a quando i miei risultati saranno all’altezza delle mie aspettative. Ma conto di lavorare a lungo».

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Redazione