Una gestione efficace dell’ipertiroidismo richiede un approccio integrato che combini una diagnosi accurata e una terapia personalizzata, così da garantire al paziente una riduzione delle complicanze e una migliore qualità di vita. A fare il punto sul percorso diagnostico e sulle opzioni di cura, dai farmaci tireostatici alle terapie definitive, è Stefano Raffa, endocrinologo che ha scelto la struttura di Montallegro per la sua attività di libera professione.

«L’ipertiroidismo è una condizione caratterizzata da un’eccessiva produzione di ormoni tiroidei. Dal punto di vista diagnostico, il primo passo è quello di una valutazione clinica. Il paziente si presenta tipicamente con tachicardia, tremori, perdita di peso e intolleranza al caldo. La diagnosi è confermata poi dagli esami di laboratorio, che mostrano tipicamente un TSH soppresso e i valori di FT3 e FT4, cioè gli ormoni periferici, elevati».

Una volta accertata la condizione clinica, diventa prioritario risalire all’origine del problema. «In questo, il dosaggio di anticorpi antirecettore del TSH ci viene incontro e orienta verso un morbo di Basedow, mentre l’ecografia e la scintigrafia tiroidea aiutano a identificare quei casi di gozzo multinodulare tossico, gozzo uninodulare tossico oppure una tiroidite. La gestione terapeutica ovviamente dipende dall’età, dall’eziologia e dalla gravità del quadro clinico. I farmaci antitiroidei come il metimazolo e il propiltiouracile rappresentano la prima linea di trattamento».
Tuttavia, esistono casi in cui la terapia farmacologica non è sufficiente. «Nei pazienti recidivanti, non responsivi oppure intolleranti al trattamento con farmaci tireostatici, oppure nel gozzo uninodulare tossico si può ricorrere a una terapia definitiva con il trattamento radiometabolico oppure scegliendo l’approccio chirurgico» conclude il dottor Raffa.