Questo sito utilizza cookies propri e di terzi al fine di consentirti la migliore esperienza nel suo utilizzo. Se procedi con la navigazione accetti la loro presenza.
!function(f,b,e,v,n,t,s){if(f.fbq)return;n=f.fbq=function(){n.callMethod? n.callMethod.apply(n,arguments):n.queue.push(arguments)};if(!f._fbq)f._fbq=n; n.push=n;n.loaded=!0;n.version='2.0';n.queue=[];t=b.createElement(e);t.async=!0; t.src=v;s=b.getElementsByTagName(e)[0];s.parentNode.insertBefore(t,s)}(window, document,'script','https://connect.facebook.net/en_US/fbevents.js'); fbq('init', '569219623249078'); // Insert your pixel ID here. fbq('track', 'PageView');

Posizionamento o rimozione di mezzi di sintesi

La rottura di uno qualsiasi dei componenti dell’articolazione ne può alterare la funzionalità, provocando processi patologici dell’artrofibrosi (formazione di un tessuto fibroso che inficia il movimento articolare) o dell’osteoartrosi (malattia degenerativa delle articolazioni).

La frattura rappresenta la perdita di continuità di un segmento osseo conseguente a un evento traumatico.

La diafisi (è la parte situata fra le due estremità) di un osso lungo ha molte funzioni. Le due più importanti consistono nel mantenere le corrispondenti articolazioni, prossimale e distale, nella loro corretta relazione spaziale e nel fornire un attacco per i muscoli che le muovono.

Le articolazioni presentono una grande varietà di strutture, ma hanno in comune caratteristiche essenziali per il loro funzionamento: le strutture capsulo-legamentose e la cartilagine articolare.

Le fratture possono essere extra-articolari e articolari. Le prime interessano il solo segmento osseo (fratture diafisarie) senza coinvolgimento della superficie articolare; mentre le seconde coinvolgono le superfici articolari fra due capi ossei con conseguente danno anche della cartilagine. A seconda della sede e del tipo di frattura l’intervento chirurgico può essere eseguito in anestesia locale, epidurale o plessica.

Nel trattamento delle fratture diafisarie, la tecnica di fissazione più frequentemente usate sono il posizionamento dei cosiddetti “mezzi di sintesi”: il chiodo endomidollare, l’osteosintesi con placca e viti e la fissazione esterna.
I chiodi endomidollari sono tutori interni e consentono il carico dell’arto in tempi più rapidi.

Le placche e le viti sono indicate per le fratture diafisarie che si estendono verso la zona metafisarie (cioè verso l'estremo della parte lunga dell'osso) o vicino all’articolazione.

I fissatori esterni sono utilizzati in caso di gravi alterazioni dei tessuti molli (cioè quei tessuti che ricoprono l’osso), come l’infezione o le alterazioni della circolazione sanguigna. Il trattamento delle fratture articolari prevede l’utilizzo come mezzi di sintesi di placche e/o viti.

La rimozione dei mezzi di sintesi avviene indicativamente dopo 12-18 mesi dal precedente intervento di osteosintesi.

Questo tipo di intervento e prevede un’incisione chirurgica sulla precedente ferita e la successiva rimozione di placche, viti, chiodi endomidollari, fili.

Rischi generici

L’intervento comporta i rischi comuni a tutti gli interventi chirurgici, legati al tipo di anestesia, all’età del Paziente e alle Sue condizioni generali.

Rischi specifici

Complicanze conseguenti alla frattura e al suo trattamento

Infezione

Le infezioni dopo osteosintesi sono generalmente esogene, cioè dovute a contaminazione da germi esterni. La contaminazione può derivare dal trauma stesso (fratture esposte), per contaminazione del focolaio chirurgico durante l’osteosintesi o può manifestarsi dopo l’operazione, quando la cicatrizzazione della ferita non è regolare. In caso di infezione molto spesso è necessario eseguire un nuovo intervento chirurgico per eliminare il processo settico.

Pseudoartrosi asettica e ritardo di consolidazione

Rappresentano la mancata guarigione di una frattura. Si parla di pseudoartrosi quando la frattura cessa di mostrare segni radiologici di guarigione (persistenza della linea di frattura, sclerosi dei margini, distanza dei frammenti, callo osseo assente). Il ritardo di consolidamento avviene quando una frattura guarisce molto più lentamente di quanto ci si aspetterebbe clinicamente. La pseudoartrosi e il ritardo di consolidamento sono determinati da molti fattori, come un disturbo della vascolarizzazione, l’instabilità della sintesi, la mancanza di collaborazione del Paziente, neuropatie, infezione (pseudoartosi settiche). In caso di pseudoartrosi è necessario un nuovo intervento chirurgico (decorticazione, innesto autologo di spongiosa, distrazione del callo e innesti liberi peduncolati, innesti ossei omologhi e sostituti dell’osso, utilizzo di nuovi mezzi di sintesi).

Sindrome compartimentale

Condizione morbosa causata da ischemia, frattura, trauma, infezione o anche da un'infiammazione che si verificano in un spazio anatomico chiuso (compartimento anatomico) provocando la compressione di vasi, nervi o tendini. La sintomatologia è caratterizzata da: parestesia (=formicolio), intorpidimento fino alla paralisi, forte dolore o perdita della funzione motoria dell’arto. La terapia è principalmente chirurgica e prevede l’esecuzione (in regime d’urgenza) di una fasciotomia (sezione della fascia che riveste la muscolatura del compartimento anatomico coinvolto) allo scopo di ripristinare la circolazione sanguigna e ridurre il dolore.

Vizi di consolidamento

Differente lunghezza degli arti

Non sempre necessitano di un nuovo trattamento chirurgico.

Incongruenze articolari

Un’incongruenza articolare (=opposizione ossea non fisiologicamente corretta) che porta dolore e difficoltà di movimento è un’indicazione assoluta ad un nuovo intervento.

Algodistrofia

È una complicanza che si manifesta a carico di un arto dopo intervento chirurgico o dopo un evento traumatico. Provoca una severa inabilità a causa del dolore incontrollabile. Il trattamento prevede l’utilizzo di farmaci vasodilatatori, clodronati, magnetoterapia e fisiokinesiterapia.

Complicanze legate alla rimozione dei mezzi di sintesi

La complicanza più frequente di questo tipo di intervento è rappresentata dall’impossibilità a rimuovere il mezzo di sintesi precedentemente impiantato per rottura del dispositivo, della vite o del filo metallico.