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Magnetoterapia (cemp)


Queste apparecchiature agiscono sfruttando l’effetto positivo dell’elettromagnetismo sulla membrana cellulare. La magnetoterapia è indicata nella patologia degenerativa dell’osso e per accelerare la formazione del callo osseo in caso di frattura. Gli effetti e le proprietà del magnetismo per la cura delle patologie osteo-articolari sono conosciuti sin dall’antichità.
Sia in Oriente sia tra gli Egizi si trova traccia di cure attuate con i magneti. Paracelso diffuse in Occidente l’uso della calamita a scopo terapeutico partendo dal presupposto che l’applicazione del magnete su un focolaio morboso - seguendo determinate regole di orientamento polare - avesse azione assorbente sui versamenti e risolvesse le manifestazioni patologiche.
In tempi più recenti il giapponese I. Yasuda (1953) per primo ottenne su un coniglio un’osteogenesi (formazione di tessuto osseo) mediante l’applicazione di un campo elettromagnetico. Dimostrò che il tessuto osseo aveva proprietà piezoelettriche, che ipotizzò fossero dovute alla presenza al suo interno di cristalli di idrossiapatite. Successivamente, nel 1964, l’americano R. O. Becker dimostrò che in realtà la componente del tessuto osseo dotata di proprietà elettriche è quella collagenica. Questo permise di sviluppare il concetto che tutti gli organi contenenti tessuto collagene (ossa, cartilagini, tendini, legamenti, etc.) sono sensibili ai campi magnetici.
La tecnica prevede l’utilizzo di campi magnetici chiamati campi elettromagnetici pulsati (cemp).
Il meccanismo di azione è legato alla ripolarizzazione delle membrane cellulari. A frequenza di ampiezza ridotta corrisponde un maggior potere di penetrazione delle onde elettromagnetiche nei tessuti interessati. Quando un organismo vivente viene esposto a un campo magnetico variabile, in esso si inducono deboli potenziali elettrici (effetto magneto-elettrico). Questo fenomeno risulta particolarmente utile in caso di fratture ossee. Il potenziale elettrico di una frattura subisce importanti variazioni durante la fase riparativa. In particolare, le aree attive (in rigenerazione) risultano elettronegative rispetto a quelle neutre, con un potenziale 4 o 5 volte più elevato di quello dell’osso normale. Questo valore si normalizza quando la frattura è consolidata, ma anche nei ritardi di consolidazione. In quest’ultimo caso la magnetoterapia agisce inducendo la differenza di potenziale necessaria per riprendere il processo di guarigione.

Le applicazioni cliniche della magnetoterapia sono molteplici.
  • Per l’osteoporosi: favorisce la mobilizzazione degli ioni di calcio e il consolidamento dell’osso concorrendo alla riduzione del dolore; contribuisce a riattivare il processo di riparazione nel ritardo di consolidazione ossea.
  • In caso di pseudo-artrosi, osteonecrosi, artrosi, algoneurodistrofia, sindromi canalicolari (tunnel carpale), cervicalgia, lombalgia, periartrite di spalla, epicondilite, esiti dolorosi dopo intervento per protesi d’anca: può essere utile in tutte le situazioni in cui vi siano condizioni di dolore di natura infiammatoria.
  • Su edemi d’origine traumatica o infiammatoria, lesioni cutanee a difficile guarigione (ulcere post-traumatiche o flebostatiche, decubiti, ustioni); cioè in tutte le situazioni in cui può essere utile un aumento del flusso sanguigno a livello microvascolare o in cui si voglia stimolare una maggiore rigenerazione dei tessuti.
Non devono sottoporsi a magnetoterapia i Pazienti:
  • portatori di pace maker o altri elettrostimolatori a permanenza (le protesi acustiche devono essere rimosse prima di sottoporsi al trattamento);
  • con patologie tumorali accertate;
  • affetti da morbo di Paget;
  • portatori di disturbi ematologici (piastrinopenia, anemia, linfomi) e stati emorragici di qualsiasi tipo in quanto il trattamento, inducendo vasodilatazione, potrebbe causare perdite di sangue.